Lettera a un’adolescente sulla libertà in tempo di lockdown

Ogni tanto cerco di immaginare cosa racconterai di questa esperienza quando sarà sui libri di storia.
Chissà se i libri riporteranno quello che si dice ora: che voi adolescenti siete stati in gamba: quelli che non si sono lamentati nonostante ne avessero tutte le ragioni, quelli per cui stare fuori casa e sperimentarsi lontano dagli sguardi della famiglia è un bisogno evolutivo, i soggetti meno a rischio eppure quelli con meno possibilità di uscire di altri.
Non abbastanza grandi da decidere di fare comunque di testa vostra ma nemmeno abbastanza piccoli da fidarvi acriticamente di un adulto che vi dice qual è la cosa giusta da fare.

Ti ho ascoltata dire pacifica al telefono che non potevi uscire quando ancora ai tuoi amici lo facevano.
Ti ho guardato un po’ sgomenta mentre trascorrevi le tue giornate sdraiata.
Ti ho sollecitato ad allenarti, a trovarti un hobby, a fare qualcosa di costruttivo, ti ho sgridato perché questa casa non è un albergo.
Ti ho fatto mille proposte per cercare di valorizzare questo benedetto tempo insieme che ci dicevano fosse la grande occasione da cogliere, ricevendo in risposta un milione di no.
Ti ho vista arrabbiarti perché stare chiusa nella tua caverna non era una distanza sufficiente per te se dovevi comunque fare i conti con la presenza mia e di tuo fratello.
Ho tollerato i tuoi scatti d’ira oscillando tra rabbia, preoccupazione e divertimento quando diventavi la caricatura di te stessa.

Poi piano piano ho iniziato a guardare le cose con i tuoi occhi. Ascoltavo i colpi del pallone che batteva tutto il giorno sul muro del terrazzino della camera dove ti rinchiudevi e sapevo che il tuo non era isolamento ma fuga dall’essere figlia a tempo pieno, senza alternative.

Sai da cosa l’ho capito? Dalla lucina verde accanto alla porta; se è accesa significa che c’è una finestra aperta e non si può inserire l’antifurto. Ogni sera, prima di andare a letto mi avvicinavo per attivare l’allarme ma quella luce era sempre accesa. Uscivo dalla porta, sotto il tuo terrazzino e nel silenzio tornava la tua presenza: tu che bisbigliavi qualche messaggio vocale, la musica a basso volume, le risate al telefono, la palla che rotolava, le serie guardate in inglese, i commenti sui compiti.

Quella era un’evasione in piena regola, un mondo in costruzione.

Incurante del freddo, ostinatamente ti sei opposta all’idea di farti rinchiudere occupando un terrazzino di pochi metri quadrati. Lì si conservava intatto tutto ciò di cui avevi bisogno: ossigeno, un orizzonte, gli amici, la musica, un pallone e un po’ di solitudine.

Le tue forme di resistenza alla situazione erano diverse da quelle che avevo immaginato e cercato di propinarti, ma del resto con voi quattordicenni va così: vi piacciono di più le vostre soluzioni.

Tuttavia non mi andava giù che quello spazio di sopravvivenza fosse un balcone in disuso e vuoto.
Con lo spirito di Indiana Jones nel tempio maledetto ho affrontato gli acari della cantina, armata di stracci e dell’eccitazione di chi prepara una sorpresa.
Ho traslocato cose e provato ad assegnare una missione a ciascuna di queste perché combinate potessero generare un po’ di bellezza e rendere la tua tana un po’ più accogliente.

Magari tu ne avresti cambiato lo scopo e la disposizione ma non era un problema, anzi, era quello che speravo perché il mio scopo non era invadere il tuo spazio di fuga ma dirti che vedevo quel terrazzino per il valore che aveva per te, per aiutarti a riconoscerlo e per insegnarti ad arredare il tunnel, direi in tutti i sensi.

Volevo dirti che anche nella fatica si può cercare di stare il meglio possibile, che anche in un mondo che non ci piace possiamo provare a costruire un angolo di benessere in cui continuare ad affermare ciò che siamo dentro i limiti che ci vengono dati.

È solo un balcone in cui ho messo vecchi mobili recuperati, ma vorrei che si imprimesse nella tua memoria come una delle cose che potrai raccontare: un rifugio in cui hai trovato dentro casa la libertà che non potevi più cercare fuori.

Quindi alla fine sì, direi che questo benedetto tempo in famiglia è proprio un’occasione da cogliere, per imparare a darsi una mano a cercare risposte nuove a bisogni vecchi… il difficile a volte è capire come.

PS: Detto questo, bella mia, non ti ci sistemare troppo comodamente e scendi a fare i mestieri che ti toccano. Perché voi adolescenti siete così, al balcone della vita: fuori dalle mura ma pur sempre dentro casa. Imparare ad abitare quel confine tra regole e libertà è la vostra missione e direi che questo lockdown è una grande palestra.

Ti aspetto giù.

* Simona *

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