(S)e i ragazzi stanno a guardare

In questi giorni circola sui social il video della campagna del governo tedesco per invitare i giovani a rimanere a casa.
Mostra l’intervista a un anziano signore, di quelle che potremmo vedere in un documentario storico. L’uomo racconta di quei giorni del 2020 in cui lui e i suoi coetanei sono stati determinanti per sconfiggere la pandemia rimanendo a casa.
Le scene di flashback lo mostrano ventenne trascorrere ore sul divano mentre mangia junk food. La musica accompagna il video in un crescendo di pathos che culmina con la frase “È così che siamo diventati eroi”
Partiamo da un dato positivo. Parla ai giovani. Poche istituzioni dall’inizio di questa pandemia si sono rivolte direttamente ai ragazzi.
La scuola stessa, nei suoi organi a vari livelli, ha parlato quasi sempre degli studenti e quasi mai agli studenti.
Un altro aspetto condivisibile è l’intento di responsabilizzare i giovani rispetto a una situazione in cui faticano a trovare un ruolo, così poco direttamente coinvolti nella malattia, nell’emergenza sanitaria e nella crisi economica ma al tempo stesso così determinanti, come tutti, nel far fronte a tutto questo.
Però.
Davvero quello che vogliamo dire ai ragazzi è che risolveremo i problemi se loro non faranno nulla?
Ma ancor prima, davvero lo pensiamo?
Sono anni che ci lamentiamo di questa generazione di giovani che definiamo come “gli sdraiati” (cit.), anni che l’immaginario collettivo li vede e li racconta come quelli inetti, privi della capacità di interessarsi a qualcosa che sia al di fuori della loro cameretta (come se non fossimo noi incapaci di guardare a quello che fanno fuori, ma questo è un altro discorso)
Sono anni che diciamo ai genitori di non lasciarli ciondolare tra il divano e la dispensa e di non lasciare che si brucino i neuroni davanti agli schermi (come se quello che fanno davanti agli schermi non facesse la differenza, ma anche questo è un altro discorso).
Invece all’improvviso, ora che tutto quello che gli abbiamo rimproverato torna utile, ecco che divulghiamo un video in cui li chiamiamo al gesto eroico, con tanto di musica epica, di fare tutto quello che gli abbiamo sempre detto di non fare: passare le giornate chiusi in casa a guardare serie televisive e mangiare.
Almeno avessimo l’onestà di riconoscere che lo facciamo per il nostro bene e non per il loro.
Certo, si dirà, non si tratta del bene degli adulti in contrapposizione a quello dei giovani ma del bene collettivo, in cui ognuno deve fare la sua parte. Giusto.
Ma proprio perché è del bene di tutti che vogliamo occuparci non possiamo ignorare il costo che questo ha per loro.
Questo non è un appello al diritto all’aperitivo e nemmeno voglio entrare nel merito se le scuole debbano essere chiuse o aperte, ma non possiamo pensare che in questo momento i ragazzi facciano la loro parte rendendosi invisibili.
Dire “sta fermo e non fare niente” non è attribuire un ruolo, è piuttosto dire “non c’è posto per te”
Parliamo di educazione positiva, di trasformare i ‘divieti a non fare’ in ‘inviti a fare’ poi però non siamo capaci di proporre alternative possibili.
Questo tipo di educazione positiva non è il vezzo di non dispiacere ai giovani dicendogli dei no (come semplicisticamente a volte la si schernisce) ma il tentativo di responsabilizzare chi vogliamo educare verso un modo attivo di stare nei problemi, cercando strade di benessere possibili e compatibili col benessere di chi sta intorno. Questo è dare un ruolo.
Per questo spot è stata scelta la metafora della guerra. Ebbene la guerra non è finita perché chi era sotto attacco si è arreso a non fare nulla ma perché ha Resistito in modo attivo.
Allora io credo che oltre a dire ai giovani quello che non possono fare, dovremmo trovare le parole per dirgli cosa possono fare, per loro stessi e per gli altri.
Certo, dovremmo averne prima un’idea noi.
*
Oggi è la giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. A che punto siamo?
Simona Felice, pedagogista

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