Giornata mondiale della gentilezza

Il 13 novembre si celebra la giornata mondiale della gentilezza.
A proposito di questo molto si è scritto e si è letto e per un giorno ci siamo ricordati quanto benessere apporta a noi stessi e alle relazioni che viviamo essere cordiali e ben disposti gli uni verso gli altri, così per i restanti trecentosessantaquattro giorni potremo tornare a lamentarci di essere circondati da persone sgarbate e sgradevoli.

E’ cosa nota che l’educazione si impara da piccoli quindi vogliamo riflettere su cosa possono fare gli adulti per i bambini a proposito di questo tema. Spesso le mamme e i papà nel perseguire l’obiettivo di insegnare ai figli ad essere gentili ingaggiano lotte estenuanti affinché questi salutino, ringrazino e condividano i loro giochi, abbozzando imbarazzati che il bambino è timido, è stanco, è nato con Saturno contro quando questi non ne vogliono sapere… cosa che ovviamente accade tanto più di frequente quanto più capiscono che l’adulto lo ritiene importante.

 

Non sarebbe nemmeno un errore essere intransigenti su questi aspetti se non fosse che la gentilezza non è cosa che si misura dal numero di grazie e di per favore pronunciati nell’arco della giornata, a meno che non ci si accontenta di avere figli ben educati che fanno fare bella figura dal pediatra o al ristorante. La gentilezza reale è un modo di essere e di porsi nei confronti dell’altro che va oltre le parole e prevede accoglienza, comprensione e tolleranza. Si tratta quindi di ciò che muove ad un’azione gentile e non all’apparenza del gesto cordiale. Per questo non è possibile educare alla gentilezza tramite prescrizioni, tuttavia è una qualità che si può insegnare, perché è proprio nelle fasi di sviluppo dei primi anni di vita che gli individui passano dall’egocentrismo assoluto all’apertura verso l’altro e questo accade quando il bambino si emancipa psicologicamente dal proprio ego e acquisisce la consapevolezza che chi gli sta intorno può avere esigenze e desideri diversi o contrastanti rispetto ai suoi.

Ciò che bisogna far imparare ai bambini non è solo la ripetizione meccanica di gesti gentili, bensì la tolleranza, l’empatia, l’accettazione della differenza e il rispetto della dignità dell’altro perché gli individui sgarbati sono quelli incapaci di assumere un punto di vista diverso dal proprio e che ritengono legittimo solo il proprio bisogno o le motivazioni che spingono le loro azioni.
Il bambino gentile è aperto al dialogo e guadagna simpatie, ottiene con meno fatica quello che desidera, si circonda di un clima positivo e si districa più facilmente nei conflitti, a differenza del bambino insofferente verso gli altri che viene spesso etichettato come viziato.

Come fare dunque: per prima cosa vale il classico vecchio adagio del dare il buon esempio, trattare i bambini con garbo, imparare a metterci in discussione e a chiedere loro scusa se necessario.

Ma oltre a questo è fondamentale mostrarsi gentili verso gli altri, sottolineare le motivazioni che spingono ad agire per il benessere di qualcun altro, anche quando questo comporta qualche sacrificio.
In un mondo dove le prevaricazioni sono frequenti crediamo di fare bene insegnando ai bambini a non farsi schiacciare e a far valere i propri bisogni. Giusto, ma il margine oltre il quale questo li rende prevaricatori a loro volta è labile e bisogna stare ben attenti a non far sì che si creino attorno un clima di sfida e di diffidenza.

L’obiettivo deve rimanere quello di aiutare i più piccoli ad aumentare la fiducia e la coesione del gruppo nel quale sono inseriti, capacità che li aiuteranno anche in adolescenza, per prevenire il bullismo o per avere strumenti d’aiuto per non diventarne vittima.
Forse ne vale la pena.

*Simona*

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