Di adolescenza, autonomia e passi indietro

“Se senti di non essere in grado di fare alcune cose che ti chiedo devi dirmelo”

E’ quello che ho detto ieri di getto a mia figlia, una volta passati i fumi della rabbia, dopo che per la terza volta in due mesi ha reiterato lo stesso errore.

Quando le capita di pranzare a casa da sola a volte si cucina qualcosa a volte si scalda quello che le lascio preparato ma sta sviluppando col forno un rapporto difficile, che rischia di diventare pericoloso.

Crescendo i figli chiedono giustamente autonomia e come genitori ci sentiamo sollevati dal fatto che finalmente se la cavano da soli su un numero sempre maggiore di cose.

Però un adolescente per definizione fa fatica a darsi un limite, ciò che conta è andare, rendersi indipendente e se questo comporta una serie di incombenze che accompagnino doveri ai diritti, queste sono solo un effetto collaterale che deve suscita il minor impegno possibile.

Neurobiologicamente il cervello di un adolescente è guidato prevalentemente dalla zona dove a questa età sono presenti il maggior numero di connessioni: quella dell’amigdala, il centro emozionale, la parte in cui le emozioni arrivano grezze. L’amigdala spinge ad agire prima che le informazioni arrivino alla corteccia prefrontale che è deputata al pensiero razionale, che regola i comportamenti in base alle possibili conseguenze e che guarda caso è l’ultima a maturare e nei ragazzini non fa in tempo ad aprire bocca che quelli si sono già infilati in qualche casino.

Ora, è chiaro che quando mia figlia utilizza un contenitore di plastica per scaldarsi la pasta io non sto a pensare che i gangli della base, ancora immaturi, non l’abbiano aiutata a scegliere le informazioni prioritarie quando ha visto che il contenitore era adatto al microonde ma non si è chiesta come mai non si parlava di forno e nemmeno mi soffermo sul fatto che se è andata a stravaccarsi sul divano col cellulare anziché rimanere in cucina come le ho detto mille volte di fare mentre sta preparando qualcosa è perché la sua amigdala la incitava ad aggiornarsi sulle stories del suo calciatore preferito e gridava più forte della corteccia prefrontale che timidamente provava a ricordarle che le è già successo di arrivare troppo tardi in caso di situazione non prevista col forno.

Mi arrabbio e basta perché il mio tronco dell’encefalo che custodisce i miei istinti più arcaici non fa altro che ripetermi “lei è il nemico” e tutti i miei sforzi corticali sono volti a trattenermi dal defendestrarla.

Però poi la guardo, dopo averle fatto la solita inutile predica, mentre cerca di grattare via della materia ormai irriconoscibile dal fondo del forno e penso che è giusto chiedere tanto a questi ragazzi che sono sempre meno disposti ad ascoltarci ma devono dimostrare di saper pensare anche un po’ da soli a quello che non vogliono sentire però è anche giusto guidarli, come facevamo quando erano piccini e ci era chiaro che per le cose nuove non erano totalmente pronti.

Invece gli adolescenti ci imbrogliano, perché su alcune cose sembrano così competenti che ci fanno arrabbiare se poi tornano bambini, crediamo lo facciano apposta per comodità e ci dimentichiamo che si cresce così, per strappi ed errori.

I figli adolescenti ci ingannano perché quando gli diciamo qualcosa sbuffano, sembra non ascoltino, spesso non ascoltano davvero e allora pensiamo “si arrangerà” ma nel loro arrangiarsi la lotta tra amigdala e corteccia prefrontale è impari nel loro cervello e quindi a volte tocca fare un passo indietro, ascoltare i segnali e trovare il modo di infilargli nel taschino un pezzettino del nostro cervello adulto prima di uscire di casa.

Lei giustamente non ci vuole più venire a pranzare da me a lavoro, ma a furia di grattarlo quel fondo del forno sta perdendo lo smalto e la mia pazienza anche… credo che farò un vademecum per l’uso del forno da attaccargli sulla cover del cellulare.

* Simona *

 

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