Quando e come riaprire le scuole: l’annosa questione dell’uovo e della gallina.

 

In questi giorni, complice la notizia che alcuni Paesi europei hanno calendarizzato la data di riapertura delle scuole, si è riacceso il dibattito su questo tema anche in Italia.

È evidente che bambini e ragazzi hanno un estremo bisogno di socialità e che il rischio contagi si protrarrà ancora per lungo tempo, quindi è urgente iniziare a pensare al momento in cui potranno uscire di casa.

Le spinte ad una riapertura il prima possibile si basano principalmente su tre questioni: i bisogni dei minori, la necessità da parte delle famiglie di avere un sostegno all’accudimento dei figli in previsione della riapertura di tutte le attività produttive e le criticità create dalla didattica a distanza che si è rivelata particolarmente impegnativa e talvolta poco democratica per il personale docente e per le famiglie stesse.

Proviamo ad analizzare brevemente gli ultimi due punti lasciando il primo, più importante, per ultimo. Percorreremo una salita verso questioni sempre più spinose sui cui vogliamo provare ad offrire un punto di vista un po’ diverso da quello che si sta diffondendo. Nella riflessione collettiva che si è attivata proviamo ad analizzare elementi che diamo per assodati a priori o luoghi comuni che l’emergenza in corso chiede di mettere in discussione.

In tempi di schieramenti, tifoserie e ricerca di risposte facili, ci rendiamo conto, è un’impresa coraggiosa ma proprio per questo e perché crediamo che l’educazione sia un pensiero da costruire in comunità, pensiamo ne valga la pena.

 La scuola al servizio della produttività

Innegabilmente la scuola è un’istituzione che fa parte del grande ingranaggio sociale ed è contemporaneamente conseguenza e causa di ciò che muove l’intera società. Sarebbe ingenuo pensare che si possano prendere delle decisioni prescindendo dall’impatto che l’istituzione scolastica ha sull’organizzazione dell’intera società, tuttavia ci preme accendere la luce su quello che è il nostro ambito di competenza, cioè quello pedagogico, troppe volte oscurato in favore di altri persino quando si tratta di settori specificamente educativi. Pertanto, al di là dell’ovvio e corretto proposito di non sacrificare i bambini in nome del profitto proviamo a chiederci davvero quali ricadute educative può avere la riapertura delle scuole in base al momento e alle condizioni in cui questo avverrà. Questa domanda la affronteremo nel terzo punto ma pensiamo che prima di riaprire i cancelli  la scuola deve garantire condizioni di tutela non solo dal punto di vista sanitario ma anche psicologico.
Se è vero che il presente richiede a ciascuno dei sacrifici in nome di un equilibrio sociale difficile da mantenere, su quelli chiesti ai bambini dobbiamo interrogarci una volta in più e dato che il bisogno di sostegno da parte dei genitori lavoratori è più che legittimo, la politica dovrà eventualmente trovare risposte alternative che non subalternino la riapertura della scuola a spinte di tipo economico.

La didattica a distanza è causa o conseguenza delle diseguaglianze?

C’è poi la nota dolente della didattica a distanza e dei problemi ad essa connessi, criticità che hanno generato da parte di molti insegnanti e genitori spinte affinché venga dismessa il più in fretta possibile.

E’ vero, la didattica a distanza non è per tutti, sembra privare gli studenti proprio di ciò su cui la scuola stava faticosamente cercando di lavorare: l’esperienza diretta, le forme laboratoriali, il contatto e la partecipazione, insomma parte della cosiddetta didattica inclusiva che scalza la vecchia lezione frontale tradizionale e che all’apparenza è invece tornata prepotentemente in uno scenario di bambini annichiliti di fronte ad uno schermo da cui escono suoni e immagini a senso unico.
Ma siamo sicuri che le nuove tecnologie non forniscano comunque spazi e strumenti per la condivisione e la reciprocità? Molti insegnanti volenterosi stanno lavorando proprio per esplorare questo territorio che va interrogato e messo alla prova ed è una sfida interessante che può certamente apportare qualcosa di positivo.
Un’altra criticità altrettanto innegabile riguarda il fatto che la didattica a distanza rischia di lasciare indietro chi non è avvezzo alla tecnologia, o addirittura chi non ne dispone, minando alla base uno dei principi della scuola che è quello che l’istruzione deve essere gratuita e accessibile per tutti. Inoltre la cosiddetta lezione on line, col suo bagaglio di file che viaggiano tra le più disparate piattaforme, sconosciute ai più, sovraccarica i genitori dei bambini della primaria di un compito di facilitatori che non tutti hanno il tempo, o le competenze, per svolgere. Insomma, la didattica a distanza genera disuguaglianza, si dice.

Però impegnati a lamentarci di questi maledetti strumenti ci stiamo dimenticando che delle disparità nella scuola e del sovraccarico familiare ce ne lamentavamo, a ragione, anche prima che scoppiasse la pandemia e l’insegnamento iniziasse ad essere veicolato da una connessione più o meno lenta.

Varrebbe la pena allora ammettere che non è la didattica a distanza in sé a creare disparità ma il modo in cui la didattica viene portata avanti, indipendentemente dagli strumenti che utilizza, fossero anche il corpo, la voce e un’aula fisica.

Questa situazione ha reso tutto questo solo più evidente e più impattante. Ne consegue che questo periodo non è che una grande occasione per riflettere su questo e per cercare finalmente una strada che aiuti docenti e dirigenti a lavorare mantenendo sempre a mente l’obiettivo dell’inclusione, che non è garantita da questo o quello strumento ma dall’attenzione a come vengono usati.

Proprio quando è più difficile la sfida diventa più fertile.

Bisogna chiedere alla politica soluzioni concrete e pratiche affinché tutti abbiano a disposizione ciò che serve ma è necessario anche imparare e insegnare a usarli questi maledetti strumenti perché ormai si sono manifestati in tutta la loro potenza ma anche in tutte le risorse che offrono e non ce ne libereremo quando torneremo sui banchi. Al contrario ci auguriamo che ne salveremo tutto ciò che di buono possono portare.

Dunque questa è un’occasione che non possiamo perdere, una palestra che chiede alla scuola e alle famiglie di imparare a vivere un mondo nuovo… non è forse quello che continuiamo a dirci che dovremo fare? Il mondo nuovo che continuiamo ad evocare è quello che stiamo costruendo non è qualcosa che già esiste nel futuro ed è lì ad attendere noi che lungo la linea del tempo lo raggiungiamo.

A meno che non ci stiamo illudendo che possiamo riaprire le aule e dimenticarci che per qualcuno mail, registro elettronico e programmi di condivisione in cloud sono un problema, pur continuando ad usarli? Non faremmo che perpetrare una diseguaglianza su cui non abbiamo lavorato proprio ora che è necessario farlo, presi dalla fretta di fuggire da questa fatica ce la saremmo portata irrisolta nella nuova scuola.

Tuttavia, anche mettendo in stand by il futuro e concentrandoci sul presente, fintanto che la didattica a distanza è l’unica possibile, abbiamo il dovere di lavorare su queste criticità per limitare il più possibile le ingiustizie e le carenze. Per fare questo è essenziale cominciare ad ammettere a noi stessi che non sono gli strumenti la causa delle iniquità nella scuola, al contrario le disparità nella disponibilità e nell’abilità nell’utilizzo degli strumenti sono una conseguenza di un lavoro fatto in modo inclusivo o meno. I genitori dei bambini con disabilità o con DSA, o semplicemente quelli di famiglie più fragili, tutto questo lo sperimentavano anche con la scuola in presenza, quando gli strumenti erano corpi e quaderni.

Diamoci da fare allora per preparare un ritorno tra i banchi avendo acquisito una competenza nuova, quella di lavorare per abbattere le barriere, perché ne continueremo a trovare anche dopo che avremo chiuso i pc.

Quando e come riaprire, l’annosa questione dell’uovo e della gallina.

E veniamo alla questione che sembra essere quella più pregnante o almeno, è certamente quella che coinvolge di più da un punto di vista emotivo i bambini stessi e tutti quelli che di loro si occupano: il bisogno fisiologico di contatto e di presenza nell’età della crescita e l’importanza della socializzazione per lo sviluppo neuropsicologico dei minori.

Potremmo parlare delle alternative di socializzazione che sono comunque possibili in tempo di quarantena e del fatto che questo lockdown ci ha insegnato che il contatto non è solo quello ravvicinato.
Tra le immagini che certamente ci hanno più colpito in questo periodo ci sono quelle di bambini che si parlano dai balconi, che si lasciano lettere sui ballatoi dei condomini, c’è la rivalutazione improvvisa dei videogiochi on line e dei social… questi sono esempi che testimoniano non solo la possibilità di trovare forme di socializzazione nuove ma anche le infinite risorse che bambini e ragazzi sanno attivare quando si trovano in situazioni di privazione.
Una grande e bellissima lezione che stanno dando a noi adulti: mentre ci disperiamo per la loro condizione, in linea di massima loro sembrano passarsela meglio di quanto pensavamo, con tutte le specificità del caso ovviamente.
Tutto questo ha a che fare ancora una volta con le domande di cui sopra: posto che la situazione non è favorevole, cosa ce ne vogliamo fare della realtà che stiamo attraversando? Oltre che disperarci, seppur legittimamente, per la lesione di diritti che fino a ieri ritenevamo scontati come ad esempio quello di uscire di casa, è possibile imparare qualcosa dall’esperienza stessa della privazione?

Sarebbe interessante chiederci se stiamo aiutando noi i bambini a farlo o se sono loro che ci stanno mostrando che la resilienza non è solo una parola buona per i proclami su Instagram ma è un lavoro quotidiano che richiede creatività e disponibilità ad accettare rischi ed errori.

Ma tralasciamo tutto questo, che meriterebbe una riflessione più estesa, e concentriamoci sul bisogno di contatto fisico e di vicinanza corporale.

Si ipotizza il rientro a scuola con provvedimenti di distanziamento di almeno due metri e uso di mascherine. e giustamente ci si interroga sulla fattibilità pratica di questi provvedimenti per i bambini delle scuole dell’infanzia e primaria, per non parlare dei nidi.
Sta circolando un’immagine di bambini di Taiwan seduti in banchi distanziati e separati da divisori alti oltre la testa. Siamo sicuri che quello sia rispondere al bisogno di contatto fisico dei bambini?

Perché la questione della fattibilità pratica è certamente determinante, ma dovremmo interrogarci anche sul messaggio educativo che mandiamo mentre cerchiamo di dire ai bambini che hanno il diritto di stare insieme tenendoli però forzatamente lontani.

Gli insegnanti si preoccupano giustamente di scenari in cui si immaginano a fare da poliziotti durante l’intervallo per far mantenere le distanze, di pranzi in cui i bambini per parlarsi da un capo all’altro del tavolo devono urlare o peggio mangiare in silenzio per non generare il caos.

Per concludere, noi di risposte non ne abbiamo su quando deve riaprire la scuola e siamo favorevoli al fatto che questa decisione venga presa da un comitato multidisciplinare di esperti che tenga conto di tutte le esigenze in gioco ma ci preme sottolineare che il contributo che una visione pedagogica deve dare ora non è solo sostenere il bisogno innegabile di andare a scuola ma anche mettere in guardia sul fatto che più che il quando riaprire sarà il come ad avere un impatto forte sullo sviluppo e sulla realtà dei bambini.

È quindi fondamentale decidere quando in base al come e non solo viceversa.

Se il mondo è pericoloso possiamo tenere i bambini al riparo in due modi, chiudendoli in casa o mandandoli là fuori attivando anche per loro il cosiddetto distanziamento sociale.

O almeno, queste sono le due alternative messe sul piatto, auspichiamo a questo punto che se ne trovi una terza ma rimaniamo sul dibattito in corso.

È una scelta che va fatta tenendo conto che la seconda ipotesi non è meno insidiosa della prima, anche se nel dibattito odierno queste criticità sembrano essere totalmente trascurate.
Tenere i minori in casa significa tenere tutti al riparo in un modo che per un bambino che non ha ancora sviluppato il pensiero astratto (che inizia a guidare le azioni di un individuo intorno ai dieci anni) rimane una regola, un assunto, al pari del divieto di uscire quando c’è un tornado in corso. Mandarlo nel mondo, dicendogli come si deve comportare di fronte ad un pericolo al quale decidiamo di esporlo significa fargli fare esperienza concreta della pericolosità dell’altro.
Mio figlio talvolta dice “non si può uscire perché fuori c’è il coronavirus” come fosse una sorta di supercattivo invisibile. Se e quando dovrà tenere le distanze dai suoi compagni il coronavirus prenderà una forma fisica e tangibile e avrà l’aspetto dei suoi amici da cui dovrà stare alla larga.
Capite che per un bambino questo fa tutta la differenza del mondo, è un cambiamento di scenario assoluto che modifica completamente l’esperienza del pericolo e anche della socialità.

Sia chiaro, è una scelta educativa che può essere legittima, anche in nome di altre priorità, volendo. Del resto, si può crescere affrontando sfide e pericoli se questi sono alla portata di chi li affronta, altrimenti diventano letali, per loro in senso figurato per fortuna. L’importante è essere consapevoli del messaggio che stiamo mandando e scegliere di farlo per dei motivi che riteniamo opportuni, se ci sono.

Il rischio altrimenti è quello di far tornare i bambini nelle classi in nome del diritto a stare con gli altri senza renderci conto che contemporaneamente gli stiamo dicendo che gli altri sono pericolosi e loro sono pericolosi per gli altri e che quindi deve limitare i suoi bisogni a ciò che si può fare oltre un paio di metri attorno a sé.
Teniamo conto però che fino allo sviluppo del pensiero astratto di cui dicevamo prima, per un bambino è difficile discernere tra un comportamento sbagliato e il bisogno che lo ha generato e che fino ai dieci anni circa tenderà a mettere in discussione la legittimità dei suoi bisogni se riprenderemo i suoi tentativi di rispondere ad essi.
Certo, comprendere il confine tra il bisogno e il lecito è uno dei grandi obiettivi educativi dell’infanzia, proprio per questo è fondamentale avere ben chiaro anche questo aspetto, interrogarsi su quanto si possa chiedere ai minori in base alla loro età e considerare anche questa criticità nella foga di farli uscire al più presto di casa.

Un mese e mezzo fa abbiamo pubblicato un articolo in risposta all’appello di Daniele Novara che chiedeva di riaprire le scuole nei primi giorni di marzo. In quell’articolo auspicavamo che finché non ci fossero state le condizioni di sicurezza tali da garantire un rientro sereno degli studenti nelle classi, decisione che era al di fuori della loro portata, genitori e insegnanti si concentrassero su quello che i bambini potevano imparare, non in sostituzione alla scuola, ma proprio dall’esperienza stessa del non andarci.
[trovate quell’articolo “Chiedere la riapertura delle scuole è educativo?” qui: https://lacasasullalberocrema.blog/2020/02/26/chiedere-la-riapertura-delle-scuole-e-educativo/]

Sono passate settimane e ci ritroviamo a fare il medesimo appello. Riaprire le scuole è una decisione complessa che dipende da tanti fattori, non solo quello educativo, ma nel frattempo non dobbiamo perdere l’occasione di essere, oltre che portavoce dei bisogni dei bambini, anche educatori attenti a tutti i risvolti della realtà che costruiamo per loro.

Come sempre per la fretta di correre fuori dalla foresta ci dimentichiamo di studiare il sentiero, eppure sono proprio gli incroci in cui scegliamo la direzione da prendere che ci porteranno in un posto o in un altro.

Fuori da qui va bene, ma dove stiamo andando?

La casa sull’albero, Crema
Simona Felice, pedagogista

One thought

  1. Nel terzo punto abbiamo analizzato due possibilità opposte e contrarie perché sono le ipotesi in discussione ora all’interno del dibattito sulla scuola. Non è detto che siano le uniche alternative possibili.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...